Capitolo 05

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A quel punto, come abbiamo detto, sconfitto il popolo dei Goti, così come quelli di cui abbiamo allo stesso modo raccontato, Narsete, accumulata una gran quantità di oro, d'argento e di altri tipi di ricchezze, dovette sostenere la grande invidia dei Romani, per i quali aveva a lungo combattuto contro i loro nemici. Questi insinuarono con queste parole contro di lui presso Giustiniano augusto e sua moglie Sofia dicendo: "Ai Romani conviene servire i Goti piuttosto che i Greci, dove l'eunuco Narsete governa e ci tiene in schiavitù. E questo il nostro devotissimo principe lo ignora. Liberaci dalle sue mani o certamente consegneremo noi stessi e la città di Roma a quel popolo". Saputolo, Narsete rispose con poche parole. "Se ho agito male coi Romani, male mi incorra". A quel punto l'Imperatore si adirò tanto contro Narsete che inviò in Italia il prefetto Longino, che prese il posto di Narsete. Questi non appena lo venne a sapere, fu colto da grande timore. E a tal punto era terrorizzato dall'Imperatrice Sofia, che non osò più rientrare a Costantinopoli. Tra le altre cose gli riportarono che questa avesse ordinato che, poiché era un eunuco, distribuisse alle fanciulle del gineceo la razione giornaliera di lana. All'udire ciò Narsete rispose in questo modo: tesserò una tale trama che finché sarà in vita non potrà districarla. Quindi sconvolto dall'odio e dalla paura, si ritirò a Napoli in Campania e subito inviò degli ambasciatori al popolo dei Longobardi affinché lasciassero la Pannonia dai campi poveri e venissero in Italia che era piena di ogni ricchezza. Contemporaneamente inviò i diversi frutti e le altre specie di cui l'Italia è ferace, così che potessero spingere il loro animo a partire. I Longobardi accolsero la buona notizia, che era anche ciò che essi desideravano, e gli si alzò il morale in vista delle future comodità. Subito dopo in Italia furono avvistati terribili segni durante la notte, tra i quali spade di fuoco apparvero nel cielo stillando il sangue che sarebbe poi stato versato.

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