Storia dei Longobardi

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La Storia dei Longobardi di Paolo Diacono è un'opera del VIII secolo che ritrae le vicende del popolo Longobardo dalle loro origini leggendarie lungo le coste del Baltico fino alla conquista dell'Italia. Scritto quando il Regno dei Longobardi era ormai stato conquistato da Carlo Magno, termina con le vicende del principio del VIII secolo, quando i Longobardi raggiunsero l'apice della loro potenza arrivando a dominare quasi tutta la penisola.
È un testo complesso e ricco di riferimenti, anche se il suo valore storico viene questionato per la presenza di errori cronologici e incongruenze. Rappresenta tuttavia un importante spaccato della cultura del tardo VIII secolo. Nello scrivere l'opera, infatti, l'autore raccoglie diverse fonti, tanto letterarie come orali, riportando anche le proprie impressioni personali. Quello che emerge è quindi il quadro della conocenza del tardo VIII secolo, sia a livello letterario che storico.

Nota del traduttore
La traduzione si basa sulla edtitio princeps di edita da Ludwig Konrad Bethmann e continuata da Georg Waitz per il Monumenta Germaniae Historica, nel 1878.

Versione originale completa online

Nota di traduzione
Per i nomi di persona e di luogo si è cercato di seguire la dizione italiana più diffusa. Nel primo caso, si sono utilizzate le versioni italiane correnti dei nomi antichi. È questo il caso di Carlo o Gregorio. Per Pipino, benché non sia una versione italiana corrente, la si è comunque mantenuta per tradizione storiografica. Per nomi che non hanno un italiano equivalente diffuso si è cercato comunque di italianizzarli. Questo perché avrebbe comportato un ulteriore lavoro di interpretazione risalire all'originale germanico, spesso nascosto sotto le diverse versioni latine.
Si è cercato di mantenere quanto più possibile gli epiteti dei personaggi, anche a discapito della fluidezza della lettura, in quanto spesso nascondono evoluzioni storiche o sociali.
Nel caso dei nomi di luoghi si è utilizzata la versione italiana qualora presente, in alternativa la versione in lingua locale.
Si sono abolite tutte le formule qui dicitur, qui vocant perché eccessivamente ridondanti.
Nel limite del possibile si è cercato di utilizzare una traduzione univoca a fronte del medesimo lemma latino. Questo salvo fastidiose ripetizioni o la necessità di esprimere un concetto più complesso con una traduzione italiana più adeguada.
Per il tempo si è mantenuta la versione latina, ad esempio quarte idi di luglio e non dodici luglio. Si è pensato che, a discapito dell'immediata comprensione per il lettore moderno, la dicitura antica sia in grado di restituire meglio il senso del tempo degli autori delle cronache. L'organizzazione del materiale del sito segue però la scansione del tempo contemporanea.

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