Storia dei Franchi

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È una della maggiori opere storiografiche del VI secolo, grazie alla quale sono giunte fino a noi le vicende della formazione ed espansione del Regno dei Franchi in Gallia. Di particolare importanza è soprattutto la posizione dell'autore: Gregorio di Tours. Membro di una famiglia senatoriale romana, resse una delle abazie più importanti delle Gallie, entrando così in contatto diretto con la nobiltà franca che si era insediata a nord della Loira. In questo modo ci è giunta una preziosissima testimonianza di un mondo in cambiamento, dove la cultura e le istituzioni dell'Impero Romano sopravvivono ancora in un certo modo, trasformandosi però continuamente a contatto con i germani, nuovi detentori del potere.
Dal punto di vista strettamente storiografico l'opera presenta alcuni dubbi. Il punto di vista è molto personale e ha sicuramente bisogno di un continuo confronto con altre fonti per stabilire la logica degli eventi. Il suo fascino principale sta però nell'intreccio tra l'aura cristiana dei romani e la violenza delle saghe familiari germaniche. Delineando quindi un mondo misto, fatto di santo e profano che restituisce un affresco suggestivo della epoca.

Nota del traduttore
La traduzione si rifà alla versione di Bruno Kursch, del Monumenta Germaniae Historica, pubblicata nel 1937.

Versione originale completa online

Nota di traduzione
La traduzione si avvale del sostegno di una versione in francese pubblicata da Joseph Gaudet nel 1836 per Jules Reunard e della versione inglese pubblicata da Ernest Brehaut e pubblicata dalla Columbia University Press nel 1916.
Per i nomi di persona e di luogo si è cercato di seguire la dizione italiana più diffusa. Nel primo caso, si sono utilizzate le versioni italiane correnti dei nomi antichi. È questo il caso di Carlo o Gregorio. Per Pipino, benché non sia una versione italiana corrente, la si è comunque mantenuta per tradizione storiografica. Per nomi che non hanno un italiano equivalente diffuso si è cercato comunque di italianizzarli. Questo perché avrebbe comportato un ulteriore lavoro di interpretazione risalire all'originale germanico, spesso nascosto sotto le diverse versioni latine.
Si è cercato di mantenere quanto più possibile gli epiteti dei personaggi, anche a discapito della fluidezza della lettura, in quanto spesso nascondono evoluzioni storiche o sociali.
Nel caso dei nomi di luoghi si è utilizzata la versione italiana qualora presente, in alternativa la versione in lingua locale.
Si sono abolite tutte le formule qui dicitur, qui vocant perché eccessivamente ridondanti.
Nel limite del possibile si è cercato di utilizzare una traduzione univoca a fronte del medesimo lemma latino. Questo salvo fastidiose ripetizioni o la necessità di esprimere un concetto più complesso con una traduzione italiana più adeguada.
Per il tempo si è mantenuta la versione latina, ad esempio quarte idi di luglio e non dodici luglio. Si è pensato che, a discapito dell'immediata comprensione per il lettore moderno, la dicitura antica sia in grado di restituire meglio il senso del tempo degli autori delle cronache. L'organizzazione del materiale del sito segue però la scansione del tempo contemporanea.