Capitolo 16

Era 458, venticinquesimo anno degli imperatori Onorio e Arcadio, morto Vallia gli successe nel regno Teodorico per trentatre anni. Questi, non contento di vivere in pace nel regno d’Aquitania, occupò diverse città dei Romani vicine al suo territorio e assediò la nobilissima città di Arles, nelle Gallie. Ma da questo assedio non si ritirò impunito grazie al rapido accorrere del comandante dell’esercito Romano Ezio. Una volta che Ezio fu rimosso dal comando militare per volere dell’Imperatore Valentiniano, mentre Teodorico affamava la città di Narbona e la stringeva d’assedio, fu a sua volta messo in fuga dal comandante dell’esercito Romano Litorio con l’aiuto degli Unni. Ma Litorio, che inizialmente aveva condotto con successo le azioni contro i Goti, in seguito ingannato dai segni del demonio e dai responsi degli aruspici intraprese una guerra imprudente contro di loro e sconfitto perse miseramente l’esercito Romano e venne ucciso e fece capire quanto quell’esercito, che con lui perì, potesse giovare, se avesse preferito la fede piuttosto che i prodigi dei demoni ingannatori. Siglata quindi la pace con i Romani, Teodorico combatté di nuovo in campo aperto ai Campi Catalaunici contro gli Unni che avevano devastato le province della Gallia e distrutto numerose città, aiutando il comandante romano Ezio qui morì mentre combatteva vittoriosamente. A quel punto i Goti furono radunati durante la battaglia da Torrismondo, figlio di Re Teodorico, con ancor maggior forza che tra il primo e l’ultimo assalto vennero uccisi circa trentamila uomini. A quel tempo si manifestarono molti segni in cielo e in terra i cui prodigi significavano l’avvento di immani crudeli guerre. Infatti dopo un continuo terremoto la luna si oscurò dalla parte orientale. Al tramonto apparve una stella cometa e per un certo periodo splendette con incredibile fulgore. Dal nord si spanse per una zona del cielo una macchia rossa come fosse fuoco o sangue, un rosso fuoco mischiato con linee più chiare con la forma di dardi fiammeggianti.
Infatti è naturale che un simile strage in battaglia fosse annunciata da tanti segni per volontà divina. Quindi gli Unni, che erano stati quasi sterminati insieme al loro Re Attila, lasciate le Gallie, si ritirarono in Italia e attaccarono diverse città. Qui morirono in parte per fame, in parte perché colpiti dalle calamità del cielo. Inoltre dopo che l'Imperatore Marciano ebbe inviato un esercito, furono colpiti da una pestilenza e ammalatisi in gran quantità rientrarono alle proprie sedi, dove il loro Re Attila, appena giunto, morì. Subito scoppiò una grande contesa tra i suoi figli per ottenere il regno. In questo modo gli Unni, che prima erano stati sconfitti in battaglia, successivamente si distrussero a vicenda con la spada. Nei quali è certo quello che,
ogni battaglia era la fine dei popoli, questi stessi a loro volta furono di vantaggio morendo. Ma di conseguenza, poiché sono posti nell’insegnamento della fede, così come il popolo dei Persiani. Infatti sono il bastone del furore di dio e quante volte la sua indignazione si scagliò contro i fedeli, flagellandoli attraverso di loro così che con la loro sofferenza fossero purificati da secoli di cupidigia e peccato e moderatisi possano ereditare il regno dei cieli. Ma questo popolo è talmente orribile che, quando soffrono la fame in guerra, tagliano la vena al cavallo e bevendo sangue si saziano.